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NOTIZIE dal MONDO
| Il 9 luglio è nato il Sud Sudan. |
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Ormai è fatta. Ben pochi ci credevano sino a qualche mesi fa. O, per lo meno, sino allo storico referendum che lo scorso 9 gennaio ha sancito con il 98,83 per cento di "sì" la secessione del Sud dal Nord. Un traguardo raggiunto dopo una guerra che si è trascinata, in due diverse fasi, dal 1955 al 1972 e dal 1983 al 2005. Oggi Juba, la capitale improvvisata e forse provvisoria di un Paese tutto da costruire, vive un fermento e una concitazione che non aveva mai conosciuto. Cantieri ovunque, case, palazzi, alberghi in costruzione, nuove strade che vengono tracciate, vecchie che vengono asfaltate, un traffico come non si era mai visto in quella che sino a pochi anni fa era poco più che un grosso villaggio.
Il ministro dell'Agricoltura, Anne Itto, una delle poche donne nel Governo centrale del Sud Sudan (Goss), cerca di essere più obiettiva, anche se non nasconde l'orgoglio di chi, ex militante del movimento di liberazione, ha combattuto in prima persona per arrivare a questo storico risultato.
Oggi in Sud Sudan viene coltivato solo l'1 per cento della terra. Praticamente tutti i prodotti agricoli vengono importati a prezzi esorbitanti. E intanto, compagnie straniere stanno mettendo le mani su vaste estensioni di terra. Secondo un rapporto di Norwegian Poople's Aid (Npa), presentato lo scorso marzo e dal titolo significativo, The New Frontier (La nuova frontiera), negli ultimi quattro anni, 28 compagnie straniere hanno cercato o acquisito un totale di 2.64 milioni di ettari di terra (pari all'estensione del Ruanda) solo per il settore agricolo, forestale e per i biocarburanti. Aggiunti agli investimenti locali, si arriva a 5,74 milioni di ettari, ovvero il 9 per cento della terra del Sud Sudan. All'insaputa del Ministero. «Non ci sono leggi, non ci sono regole - conferma a malincuore Anne Itto -. La terra appartiene tradizionalmente alle comunità, ma ora dovremo al più presto provvedere per stabilire norme più precise. È tutto così in Sud Sudan. Si ricomincia da zero. O peggio. Un'economia inesistente, il 90 per centro della popolazione che vive al di sotto della soglia di povertà, l'84 per cento di analfabeti, metà dei bambini malnutriti, il tasso di mortalità materna più alto al mondo. Si sono dovuti inventare, in questi pochi mesi, anche le cose più scontate: la bandiera, l'inno nazionale, il passaporto, una nuova moneta… Per non parlare di una nuova Costituzione, la cui elaborazione ha suscitato non pochi dibattiti e polemiche. E poi c'è tutto il resto da fare: strade, infrastrutture, i sistemi educativi e sanitari, qualsiasi attività produttiva ed economica. La guerra ha distrutto tutto, ma soprattutto non ha permesso di costruire niente. Neppure una leadership competente ed efficiente e dei quadri qualificati per i diversi settori. Al di là del petrolio - le cui entrate rappresentano il 98 per cento del budget dello Stato -, mancano le risorse economiche, ma mancano soprattutto le risorse umane. E per questo ci vorranno generazioni.
Molto più caustico è Nihal Bol, fondatore e direttore dell'unico quotidiano del Sud Sudan, il Citizen, il solo che viene anche stampato nel Paese. «È una nazione tutta da costruire», dice senza mezzi termini Bol, che non si fa intimidire dalle minacce o dall'esser finito in prigione per articoli e inchieste "scomodi". «Non che non esista libertà di stampa - dice con una vena di umorismo - è che faticano ad accettare le critiche… In fondo sono quasi tutti ex militari!». Ed è questo, secondo il giornalista, uno dei nodi critici: «la governance che, insieme alle questioni di sicurezza, sono due punti deboli, debolissimi!». In effetti, dopo la firma del'Accordo complessivo di pace del 9 gennaio 2005 a Nairobi, il Sud Sudan non è mai stato veramente in pace. Non solo perché il Nord continua a creare tensioni lungo alcune aree di confine (specialmente nello Stato dell'Abjei, ricco di petrolio) e a sostenere milizie di ex generali Sud sudanesi frustrati dalla spartizione del potere, ma anche perché, all'interno dello stesso Sud Sudan, scoppiano in continuazione conflitti tribali, spesso legati a razzie di vacche, che danno vita a una spirale infinita di vendette e taglieggiamenti. Per non parlare dello Stato del Western Equatoria, dove gruppi di ribelli ugandesi, appartenenti al Lord's Resistance Army (l'Esercito di liberazione del Signore, Lra, del famigerato Joseph Koni) destabilizzano una vasta regione di confine a cavallo tra Sud Sudan, Repubblica Democratica del Congo e Centrafrica. E così nel Western Equatoria, circa la metà della popolazione locale risulta sfollata dalle proprie case e dai propri campi. E in più deve accogliere migliaia di profughi fuggiti dal nord-est del Congo e dal Centrafrica. «Risultato - denuncia padre Mario Benedetti, missionario comboniano a sua volta fuggito dalla missione di Duru, in Congo, e che oggi vive in una capannuccia nel campo profughi di Makpandu - una delle regioni più fertili del Sud Sudan rischia di morire di fame. E che dire dei miei congolesi? Non possono tornare a casa e qui non hanno alcuna prospettiva di futuro. Perché nessuno fa niente?».
(di Anna Pozzi - Il sole 24 Ore) |
